Per Francesco: How far can you fly?
(Quanto lontano puoi volare?)*

di Marcello Napoli

Le immagini saturano l’aria; guardiamo anche quando siamo ad occhi chiusi, a luci spente e non solo nel sipario dei sogni. “Moltiplicando gli occhi - i sensi - si vede meno. Fra poco avremo migliaia d’occhi e resteremo al buio” (Eugenio Montale). Da oltre un secolo e mezzo, dal 1839 per la precisione, la fotografia cerca di fermare l’attimo, anzi di sostituire allo scorrere eracliteo del tempo, dello spazio, delle persone, delle cose quell’attimo d’In-Finito. Un tetto di Parigi, nel 1839, diventa “il tetto”, un bacio “Il bacio”. Fra obiettivi e teleobiettivi, strumenti e mille occhi, photoshop e trucchi, la vita vera, quella che scorre beffarda e inafferrabile dov’è? Il fotografo è poco più di un anonimo artigiano, uno dei mille, centomila nessuno, un maestro comacino del terzo millennio, un replicante, o ha ancora la possibilità di esprimersi in quel clic che “disvela” una maschera, una dimensione altra? Le sue dita hanno ancora la capacità di coordinare il “telemetro interiore” - come lo chiama Enzo Sellerio - di quella che è una sorta di vocazione, di alchimia dello sguardo: aprire le porte della sensibilità, della vista, del cuore, della meraviglia al viaggiatore, purché sia incantato! Basta il profilo di una mano, strumento non replicabile e così complesso che ancora nessun robot potrà sostituire per iniziare un viaggio nell’uomo? Ma quante volte, e chi, riesce ad essere plasmatore o interprete piuttosto che un replicante, uno spettatore?

Le mani, le dita, sono uno dei temi principali che ho scelto per questo apostrofo di mostra, di mondo, di immagini, colori e suoni fermati, materializzati da Francesco Truono. Il dito di Archie Sheep non è che la scintilla, l’incipit immaginario di uno, cento racconti e combinazioni possibili; quel che segue è un labirinto senza fili, un gioco matematico e logico che piacerebbe a Lewis Carroll, maestro di mondi delle meraviglie e ludo-enigmistica. Qui il filo di Arianna sono le mani che ci accompagnano, le dita su strumenti che diventano personaggi e piccole galassie: sarà per via di quello scintillio dorato, argentato e lunare? Poi loro, gli artisti stanati rincorsi per l’Italia, l’Europa, New Orleans, che da sola vale l’America e la storia del jazz. Li abbiamo visti sempre con una aureola e familiarità e una luce così? Nomi che da soli fanno una biblioteca e discografia del jazz: Keith Jarrett, Ornett Coleman, Lee Konitz, James Brown, fino a D.D.Bridgewater, Noah, Michael Petrucciani…

Quanto lontano puoi volare? E’ questa sequenza di foto, sottratta a centinaia di altre immagini che è stato duro escludere, ma che aspettano in un altro muro o libro o storia da scrivere e leggere ancora. Ma non si può volare senz’ali, senza immaginazione, senza lo skyline dell’anima, del gesto, del volto, di una storia. Quanto lontano ci fanno volare queste immagini, tra le migliaia dell’archivio voluminoso, unico, di Francesco Truono? Seguiamo il dito di Archie Sheep tra la tastiera celeste di un cielo pentagrammatico; seguiamolo fino alle mani di Aska Kaneco tra una nebbia, un cespuglio, una cascata, uno stargate: un ponte tra stelle di terra.

Al fermo immagine di Francesco Truono fa da contraltare lo scorrere, l’interpretazione, mai uguale a se stessa, di musica jazz; dalla riproducibilità dell’attimo fermato, congelato dall’occhio del fotografo all’irrefrenabile scorrere delle note ogni volta diverse per esecuzione, sfumatura, sonorità, spazio e tempo dei musicisti jazz. Un pentagramma che diventa ogni volta, come ora, un esercizio di ars combinatoria e di atmosfere.

*Marcello Napoli, giornalista de “Il Mattino”; nel 2003 ha curato la mostra di fotografie di Enzo Sellerio presso il complesso dell’Addolorata e di Santa Sofia per il Comune di Salerno.
Il titolo è in onore di un celebre brano del musicista Luca Flores.






        
40 foto di Francesco Truono sui protagonisti della
scena jazz internazionale. 40 ritratti vividi e sensibili
sulla musica e l'umanità che la compone.

Francesco Truono è nato a Salerno (1957)
ha collaborato con tute le più importanti riviste e rasegne di jazz d'Italia, realizzando servizi e copertine.

La mostra resterà aperta per tutto il periodo della rassegna.





K. Jarrett  e  J. Zawivul (in alto) negli scatti di            Francesco Truono






 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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